Intervista esclusiva: La minaccia che viene dall’Artico

La ricercatrice russa ammonisce che le emissioni di metano possono accellerare, in modo drammatico, il riscaldamento globale.

Leila Marco

Mercoledì | 17 Febbraio 2016 | 14:50 | Ultimo aggiornamento: 22 Settembre 2016 ore 16:07

Arquivo Pessoal
Natalia Shakhova

Questioni molto serie vengono sollevate dalla scienziata russa Natalia Shakhova, che a fianco del compatriota Igor Semiletov, guida un team di ricercatori internazionale preoccupati con la crescente liberazione del metano(CH4) dal fondale della Piattaforma Artica della Siberia Orientale (East Siberian Arctic Shelf — ESAS), situata sulla costa Nord Est della Russia. Tali osservazioni segnalano che in alcuni punti la concentrazione del gas è addirittura migliaia di volte superiore al previsto. Secondo gli studiosi, in estate, quando il mare si disgela, il CH4 può essere visto spumeggiando sulla superficie delle acque in strutture di scarico continue, impressionanti e potenti, di oltre mille metri di diametro.

La scienziata russa, che è anche professoressa associata di ricerca dell’Università Politecnica di Tomsk, in Siberia, Russia, e dell’Università dell’Alaska a Fairbanks, Stati Uniti, nonché membro dell’Accademia Russa delle Scienze, ha trovato tempo nella sua agenda già piena per concedere un’intervista esclusiva sul tema alla Rivista BUONA VOLONTÀ. In tale occasione la dottoressa in Scienze di Geologia Marina e PhD in Geologia Medica ha spiegato che il fenomeno sopraccitato, mappato da lei e dai suoi colleghi fin dal 2003 in una delle più remote ed isolate aree del mondo, è il risultato del progressivo disgelo del permafrost (trovato soltanto nella regione dell’Artico e formato da terra, ghiaccio e rocce, perennemente ghiacciato), sotto il quale i ricercatori calcolano che possano esistere da milioni a miliardi di tonnellate di metano, uno dei gas di effetto serra, la cui capacità di trattenere il caldo è venti volte superiore a quella del diossido di carbono (CO2), comunemente conosciuto come gas carbonico.

Nel commentare gli impatti della scoperta fatta dal suo gruppo Shakhova ha colto l’occasione per esporre un fatto estremamente preoccupante: «[...] le fonti del metano nell’Artico non sono mai state incluse nel preventivo globale sul metano, e non sono state neppure considerate secondo i modelli climatici globali che mirano a prevedere i futuri scenari climatici del pianeta». In altre parole, la liberazione del CH4 che si verifica in quell’ampia regione può far sì che il riscaldamento globale si aggravi sempre di più e rapidamente.

Apprensiva a causa della possibilità di concretizzazione di questo quadro preoccupante, la ricercatrice ha anche segnalato: «Ci auguriamo che tutte le persone che vivono sul pianeta comincino a prendersi cura le une delle altre nonché della Madre Natura nello stesso modo come si preoccupano per i loro familiari. Questo renderebbe il nostro pianeta un posto più sicuro e felice in cui vivere».

BUONA VOLONTÀ – Il Suo team ha fornito dati significativi ed allarmanti alla comunità scientifica mondiale, relativi ai pericoli dell’imminente destabilizzazione del permafrost artico. Come si sta svolgendo la routine della vostra ricerca in questa località?

Shakhova – La Piattaforma Artica della Siberia Orientale, dove lavoriamo, è la piattaforma continentale più grande del mondo (con 2 milioni di chilometri quadrati), essendo una grande area di ricerche. Quando abbiamo cominciato gli studi non si sapeva nulla sulle emissioni di metano [...]. Era come cercare un ago in un pagliaio. Siamo stati fortunati nel trovare alcune zone attive nel 2003, e pensiamo che ce ne siano ancora delle altre. Da allora abbiamo realizzato delle spedizioni marittime ogni anno. Nel 2011 abbiamo cominciato a perforare il permafrost che esiste sotto il fondo marino. Abbiamo installato la nostra sonda di perforazione sul ghiaccio fisso, abbiamo estratto i nuclei dai sedimenti e abbiamo fatto ricerche sullo stato attuale del permafrost sottomarino, importante fattore di controllo delle emissioni di metano della ESAS. [...] Il nostro lavoro scientifico in mare include prove e ricerche eseguite 24 ore su 24. Non dormiamo molto durante le spedizioni.

BV ─ Quali sono le principali sfide in cui vi imbattete mentre siete in campo?

Shakhova — Oltre alle difficoltà logistiche, l’Artico è un ambiente inospitale, e lavorare così è sempre una sfida, specialmente oggigiorno perché la regione si sta riscaldando ad un ritmo due volte più veloce del resto del mondo. Tutta la criosfera viene colpita: il ghiaccio marino, i ghiacciai ed il permafrost. Tempeste si verificano con maggior frequenza di prima, le onde sono più alte, ed esiste la possibilità di imbattersi nelle cosiddette onde assassine o giganti, di oltre 100 piedi di altezza [circa 30 metri]. Un’onda di questo tipo potrebbe mandare a fondo la nostra imbarcazione in pochi minuti ed anche meno. [...]) La realizzazione di spedizioni durante l’inverno si rende ancora più difficile poiché lo spessore del ghiaccio marino sta diminuendo, le superfici di mare aperto in mezzo al ghiaccio (le cosiddette “polynya”) sono in aumento, ed il periodo in cui avviene la frattura del ghiaccio sta cominciando prima. Vi è stato un anno in cui la nostra spedizione è stata quasi trascinata da un flusso d’acqua formato da ghiaccio in processo di scioglimento molto prima del previsto, proveniente dal fiume Lena.

BV – Qual’è l’importanza del permafrost artico per il pianeta?

Shakhova — È costituito da suolo ghiacciato in superfici terrestri e da sedimenti ghiacciato sotto il fondo marino. Nella ESAS il permafrost si formò nei periodi glaciali, ad esempio l’epoca Pleistocene, fra 2,6 milioni ed 11,7 mila anni or sono. L’ultimo periodo glaciale terminò con la fine del Pleistocene, dando inizio all’attuale epoca, più caldo: l’Olocene. I ghiacciai accumulavano una grande quantità d’acqua in stato solido, per cui i livelli del mare nel Pleistocene erano più bassi in relazione ad oggi di addirittura 100 metri. Una buona parte della ESAS si trova attualmente a meno di 50 metri di profondità, per cui il suo basso fondo marino fu già esposto a temperature d’aria molto poco elevate. I sedimenti della ESAS si congelano a poche centinaia di metri di profondità e diventano permafrost che immagazzina un’enorme quantità di carbono organico. Se i sedimenti che contengono questo materiale dovessero sciogliersi, immense quantità di metano e diossido di carbono verrebbero prodotte e liberate nell’atmosfera, aumentando così drasticamente l’effetto serra che già sta causando cambiamenti climatici globali. L’intensa liberazione di gas metano proveniente dai depositi destabilizzati nel fondo marino avrebbe conseguenze imprevedibili nel nostro sistema climatico. Tali effetti permangono incerti poiché le fonti di metano nell’Artico non sono mai state incluse nel preventivo globale del metano, e neppure considerate sulla base dei modelli climatici globali che mirano a prevedere i futuri scenari climatici della Terra. L’obiettivo delle nostre ricerche è quello di colmare tale lacuna della conoscenza, rendere il futuro più prevedibile ed, infine, ad aiutare il nostro pianeta nonché tutti gli organismi in esso esistenti e noi esseri umani compresi, a sopravvivere.

BV ─ È possibile prevedere le conseguenze delle emissioni di metano per il pianeta?

Shakhova — L’Artico dispone di grandi quantità di metano, come un gas preformato, e di carbono organico che può servire come substrato alla metanogenese (formazione del metano) quando il permafrost si scioglierà. Fortunatamente il permafrost di superfici terrestri, che costituisce la maggior parte di questo suolo nel mondo, rimane ampiamente stabile, mentre il permafrost sottomarino sta subendo dei cambiamenti drastici nel suo sistema termico a causa del riscaldamento dell’acqua del mare e di altri fattori. Bisogna ricordare che nella ESAS il permafrost si formò durante uno dei periodi glaciali e che l’attuale fondo marino della piattaforma non rimaneva sott’acqua, bensì esposto a temperature [dell’aria] congelanti. Quando i ghiacciai cominciarono a sciogliersi e la ESAS si riempì d’acqua, i sedimenti congelati furono coperti da un’acqua ben più calda dell’aria e, inevitabilmente, la temperatura locale cominciò a salire fino ad arrivare al disgelo. Questo fatto è molto preoccupante.

BV ─ Qual’è il lascito più importante che desidera donare con le sue ricerche?

Shakhova — Ciò che uno scienziato può lasciare all’Umanità è una nuova conoscenza che aiuterà le persone a conservare il pianeta vivo e sano. Svolgiamo il lavoro nell’Artico russo, dal clima severo, a volte rischiando la vita, per il futuro dei nostri figli ed affinché ogni individuo sul pianeta possa avere una vita normale.